Trattamento dei dati sanitari in azienda: come si adeguano all’emergenza COVID-19

25 Mag 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci  Consulente Aziendale – Specializzato in materia giuslavoristica

Il Garante della Privacy ha fornito importanti chiarimenti e indirizzi operativi ai quali i datori di lavoro si devono attenere nella gestione dei dati sanitari dei propri dipendenti, qualora intendano adottare all’interno della propria azienda specifici protocolli di sicurezza anti-contagio da COVID-19.

Vediamo, in breve, quali sono questi nuovi indirizzi operativi:

  1. Il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di effettuare test sierologici solo se ciò viene disposto dal medico del lavoro o da altro operatore sanitario in osservanza alle norme relative all’emergenza epidemiologica.
  2. Il datore di lavoro può rilevare la temperatura del personale dipendente o di utenti, fornitori, visitatori e clienti all’ingresso della propria sede. La rilevazione della temperatura era prevista in accordi contrattuali (i protocolli tra le parti sociali del 14 marzo e del 24 aprile 2020), ma questi accordi sono diventati cogenti erga omnes grazie alla decretazione di urgenza e al Dpcm 26 aprile 2020. Al riguardo, il Garante Privacy prescrive che il dato relativo alla temperatura deve essere conservato solo per ragioni probatorie al fine di costituire prova a disposizione del datore sulle ragioni del mancato accesso in azienda. Allo stato attuale, tuttavia, non è chiaro a chi spetti il compito di misurare la temperatura e, in particolare, se è un’attività riservata al medico competente e, quindi, vietata al datore di lavoro. Così come non è stato chiarito chi possa compiere le rilevazioni nelle aziende per le quali non è prevista la figura del medico competente. L’unica indicazione esplicita si rinviene nell’ordinanza n. 546 del 13 maggio 2020 del Presidente della Regione Lombardia, la quale all’art. 1 stabilisce che “il personale prima dell’accesso al luogo di lavoro deve essere sottoposto al controllo della temperatura corporea da parte del datore di lavoro o suo delegato”. In mancanza di una esplicitazione normativa, i datori di lavoro dovrebbero preporre personale appositamente istruito sull’uso della strumentazione assegnata e a trattare eventuali persone sintomatiche rispettandone riservatezza e dignità.
  3. Nelle Faq, invece, il Garante prende posizione in merito all’accesso dei visitatori stabilendo che, quando la temperatura corporea viene rilevata a clienti (ad esempio, nell’ambito della grande distribuzione) o visitatori occasionali, anche qualora la temperatura risulti superiore alla soglia indicata nelle disposizioni emergenziali non è, di regola, necessario registrare il dato relativo al motivo del diniego di accesso. È necessario rilevare, tuttavia, che nelle risposte fornite dal Garante si possono desumere una serie di eccezioni alla regola, è pertanto consigliabile la massima cautela da parte del datore di lavoro nel registrare la temperatura ai visitatori/clienti e, qualora lo si faccia bisogna dichiarare e far risultare le ragioni specifiche e la possibile base giuridica.
  4. Con riferimento alle Autodichiarazioni rese dai dipendenti al datore di lavoro, il Garante non fornisce disposizioni chiare, limitandosi a parafrasare alcune proposizioni del Protocollo Condiviso del 26 aprile 2020. In effetti l’amministrazione o l’impresa possono richiedere ai propri dipendenti di rendere informazioni, anche mediante un’autodichiarazione, in merito all’eventuale esposizione al contagio da COVID 19 quale condizione per l’accesso alla sede di lavoro. Ci sono, tuttavia, una serie di limiti al contenuto della dichiarazione (provenienza, contatti, ecc.) e, in ogni caso, dovranno essere raccolti solo i dati necessari, adeguati e pertinenti alla prevenzione del contagio da COVID 19. I datori di lavoro, infatti, devono astenersi dal richiedere informazioni aggiuntive in merito alla persona eventualmente risultata positiva (a titolo esemplificativo ma non esaustivo: specifica località visitata, nominativo dei contatti e altri dati attinenti alla sfera strettamente privata).
  5. Le Faq del Garante forniscono, ancora, importanti precisazioni in materia di sorveglianza sanitaria. È stabilito, infatti, che in capo al medico competente, anche durante il periodo di emergenza sanitaria da COVID 19, permane il divieto di informare il datore di lavoro circa le specifiche patologie occorse ai lavoratori. Nell’ambito della citata emergenza, il medico competente deve collaborare con il datore di lavoro e le RLS al fine di proporre tutte le misure di regolamentazione legate al COVID 19 e, nello svolgimento dei propri compiti di sorveglianza sanitaria, deve segnalare al datore di lavoro “situazioni di particolare fragilità e patologie attuali o pregresse dei dipendenti”. In particolare, qualora il medico competente reputi che la particolare condizione di fragilità connessa allo stato di salute del dipendente non sia compatibile con il ruolo e la mansione allo stesso affidati, suggerisce al datore di lavoro di impiegare il citato lavoratore in ambiti meno esposti al rischio di infezione.
  6. Il Garante Privacy, con le Faq in oggetto, ha colto l’occasione per fare chiarezza anche su un altro argomento molto dibattuto, ossia i test sierologici. Al riguardo, l’Autorità garante ha precisato che il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di sottoporsi a test sierologici ma solo se disposto dal medico competente o da altro professionista in base alle norme relative all’emergenza epidemiologica. Solo quest’ultimo, infatti, può stabilire la necessità di eseguire particolari esami clinici e biologici, così come può suggerire l’utilizzo di mezzi diagnostici in grado di contenere la diffusione del virus all’interno del luogo di lavoro, nel rispetto delle indicazioni fornite dall’autorità sanitaria, anche riguardo alla loro affidabilità e appropriatezza. Inoltre, stando a quanto stabilito dal Garante, le informazioni relative alla diagnosi o all’anamnesi familiare del lavoratore non possono essere trattate dal datore di lavoro (ad esempio, mediante la consultazione di referti o degli esiti degli esami). Si precisa, infine, che le visite e gli accertamenti, anche ai fini della valutazione della riammissione al lavoro del dipendente, devono essere posti in essere dal medico competente o da altro personale sanitario e, comunque, nel rispetto delle disposizioni generali che vietano al datore di lavoro di effettuare direttamente esami diagnostici sui dipendenti. Così come, la partecipazione da parte dei lavoratori a screening sierologici promossi dai Dipartimenti di prevenzione regionali e rivolti a particolari categorie di lavoratori maggiormente esposte al rischio contagio, può avvenire solo su base volontaria.

Search

+