Spese test sierologici sul personale dipendente non ammesse al bonus sanificazione

3 Nov 2020 novità

Le spese sostenute per eseguire test sierologici sul personale dipendente, non essendo riferibili né all’attività di sanificazione, né all’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute di lavoratori e utenti, non rientrino tra quelle ammissibili al credito d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto rilancio. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 510 del 2 novembre 2020.

Il credito riguarda le spese per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti.L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la risposta a interpello n. 510 del 2 novembre 2020 riguardante le spese sostenute per eseguire test sierologici sul personale dipendente.L’articolo 125 del Decreto rilancio ha introdotto un credito d’imposta in misura pari al 60 per cento delle spese sostenute nel 2020 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati, nonché per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti.

La norma stabilisce che la disposizione in esame trova applicazione nei riguardi di soggetti esercenti attività d’impresa, arti e professioni, enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti.Il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto di dispositivi di protezione è utilizzabile:

-in compensazione;

-nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa; o, in alternativa

-entro il 31 dicembre 2021, può essere ceduto, anche parzialmente, ad altri soggetti, ivi compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito.

Con il provvedimento Prot. n. 259854 del 10 luglio 2020 sono stati definiti i criteri e le modalità di applicazione e fruizione dei crediti d’imposta per l’adeguamento degli ambienti di lavoro e per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione, di cui agli articoli 120 e 125 del Decreto Rilancio, nonché le modalità per la comunicazione dell’opzione per la cessione del credito.

Il credito d’imposta sostituisce il credito d’imposta già previsto per le spese di sanificazione degli ambienti di lavoro e per l’acquisto di dispositivi di protezione nei luoghi di lavoro. E’ stato chiarito con la circolare del 10 luglio 2020, n. 20/E, che la norma contiene un elenco esemplificativo di fattispecie riferibili alle spese agevolabili.

Pertanto, seppur l’elenco sia non esaustivo è necessario che le spese sostenute siano, in ogni caso, riferibili alle attività menzionate nella norma. Si tratta, in particolare:

-della sanificazione degli ambienti (e degli strumenti utilizzati);

-dell’acquisto di dispositivi di protezione individuale (e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti).

Pertanto le spese sostenute per eseguire test sierologici sul personale dipendente, non essendo riferibili né all’attività di sanificazione, né all’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute di lavoratori e utenti, non rientrino tra quelle ammissibili al credito d’imposta di cui all’articolo 125 del decreto rilancio.

Tamponi rapidi gratuiti dai medici di base, una scelta “discutibile”

28 Ott 2020 novità

Apprendiamo da notizie di stampa che in serata dovrebbe essere siglato un accordo con i sindacati dei medici convenzionati, in base al quale gli stessi medici saranno obbligati ad eseguire tamponi rapidi naso faringei antigenici, il cui costo sarà interamente a carico dello Stato, mentre i medici riceveranno un rimborso di € 18,00 per ogni tampone eseguito. L’iniziativa, di per se apprezzabile, desta però alcune perplessità.

La più importante delle quali riguarda l’affidabilità dei suddetti tamponi che, come noto, è strettamente connessa alla loro corretta esecuzione. I tamponi naso faringei, infatti, per essere affidabili devono essere eseguiti da “mani esperte”, capaci di introdurre il tampone nelle cavità nasali, oltrepassando i turbinati, fino a toccare la parte alta della faringe. Il tutto, possibilmente, senza arrecare alcun danno al paziente (sappiamo, purtroppo, che in alcuni casi dei danni sono stati causati, alcuni dei quali fatali). Da qui nascono le nostre perplessità in merito a questa iniziativa, che riteniamo lodevole ma piena di incognite.

I medici, infatti, sono pronti ad assumersi la responsabilità relativa alla corretta esecuzione di questi tamponi, correndo il rischio di creare danni irreparabili ai propri assistiti? Quali saranno le conseguenze derivanti da una non corretta esecuzione di tali tamponi? Sarà sufficiente l’attestazione rilasciata dal medico che ha eseguito il tampone per consentire il rientro a scuola o al lavoro? Crediamo che queste non siano questioni di poco conto visto che in ballo c’è la salute e l’incolumità dei cittadini. Anche i medici, da parte loro, dovrebbero soppesare i rischi cui andrebbero incontro, a prescindere dal mero “vantaggio” economico rappresentato dal rimborso riconosciutogli di € 18,00 a tampone.

Noi come Struttura sin dall’inizio della pandemia abbiamo fatto una “scelta di campo”, optando esclusivamente per i test sierologici IgG e IgM, i quali, pur avendo il medesimo indice di sensibilità al virus dei tamponi antigenici, non comportano alcun rischio legato alla non corretta esecuzione. Intendiamo perseguire questa strada, proponendo ai nostri clienti solo i test sierologici, in attesa che l’azienda cui facciamo riferimento per questo tipo di test (DIESSE) ci fornisca i test salivari, che si spera saranno disponibili nei primi mesi del 2021. Sarà, in ogni caso, nostra cura tenervi costantemente aggiornati.

Termine della disciplina transitoria per l’accesso semplificato al lavoro agile (smart working)

17 Lug 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci – Consulente Aziendale Specializzato in materia giuslavoristica

Come noto, il D.L. n. 34/2020 (c.d. Decreto Rilancio 2020) all’art. 90 ha previsto il diritto, fino al 31 luglio 2020 (data indicata dalla Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020 per la cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19), a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile (c.d. smart working) anche in assenza degli accordi individuali, a condizione che tale modalità sia compatibile con le caratteristiche della prestazione. 

In sostanza, fino alla suddetta data, il ricorso al lavoro agile si configura come un atto unilaterale e non, come ordinariamente accade, il frutto di un accordo tra le parti del rapporto di lavoro. Nello specifico, per tutto il periodo di durata dell’emergenza, i datori di lavoro del settore privato comunicano al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in via telematica, i nominativi dei lavoratori e la data di cessazione della prestazione di lavoro in modalità agile, ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Terminato il periodo di vigenza della disciplina transitoria, ossia dal 01 agosto 2020, i datori di lavoro che vorranno attivare la modalità di lavoro agile dovranno necessariamente stipulare, in forma scritta ad probationem, un accordo volontario tra le parti secondo quanto stabilito dagli artt. 18 – 24 della Legge n. 81 del 22.05.2017.

Infortunio da Coronavirus: i costi non gravano sul singolo datore di lavoro

25 Mag 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci Consulente Aziendale – Specializzato in materia giuslavoristica

L’Inail, con nota n. 13 del 3 aprile 2020, ha reso noto che i costi derivanti da infezione del lavoratore da Coronavirus non gravano sul singolo datore di lavoro, bensì, sulla gestione assicurativa dell’Istituto e non sono computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico. Pertanto, in analogia con quanto già previsto per gli infortuni in itinere, gli effetti degli infortuni da COVID-19 non entrano a far parte del bilancio infortunistico dell’azienda in termini di oscillazione in malus del tasso applicato, ma sono attribuiti, sulla base del principio di mutalità, alla generalità dei datori di lavoro.

Al riguardo, occorre segnalare che l’art. 42 del decreto c.d. “Cura Italia” (DL 18/2020), convertito in legge n. 27/2020, ha stabilito che nei casi di accertata infezione da Coronavirus per motivi di lavoro, il medico deve redigere il certificato medico per infortunio. Il medesimo articolo, nel terzo periodo, dispone che tali eventi non devono essere computati nel bilancio infortunistico del singolo datore di lavoro.   

L’Inail, con la circolare soprarichiamata, oltre a dettare istruzioni per la gestione degli infortuni, ha fornito utili chiarimenti in relazione al comma 2 dell’art. 42 del DL Cura Italia.

In particolare, l’Istituto assicurativo ha precisato che:

  • Per essere riconosciuto come infortunio è indispensabile che il COVID-19 sia clinicamente accertato tramite tampone o esame diagnostico. Nei casi di dubbia competenza, ai sensi della circolare Inail n. 47/Inps n. 69 del 02 aprile 2015, relativi ai lavoratori per i quali vige la convenzione tra Inail e Inps per l’erogazione della indennità per inabilità temporanea assoluta da infortunio sul lavoro, da malattia professionale e da malattia comune e per i quali è escluso il contagio da nuovo coronavirus in occasione di lavoro, la tutela Inail non è dovuta ed è necessario procedere alla segnalazione del caso all’Inps, con l’allegazione di tutta la documentazione sanitaria agli atti della pratica al fine di evitare la sovrapposizione di tutela assicurativa.
  • Il medico certificatore deve predisporre e trasmettere telematicamente la prescritta certificazione medica all’Inail, che prende in carico e assicura la relativa tutela all’infortunato.
  • Il certificato medico deve essere redatto secondo i criteri di cui all’articolo 53 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124 e successive modifiche, e quindi riportare i dati anagrafici completi del lavoratore, quelli del datore di lavoro, data dell’evento/contagio, la data di astensione dal lavoro per inabilità temporanea assoluta conseguente al contagio da virus ovvero la data di astensione dal lavoro per quarantena o permanenza domiciliare fiduciaria del lavoratore sempre legata all’accertamento dell’avvenuto contagio e, in particolare per le fattispecie per le quali non opera la presunzione semplice dell’avvenuto contagio in relazione al rischio professionale specifico, le cause e circostanze, la natura della lesione e il rapporto con le cause denunciate.
  • Solo con l’acquisizione da parte dell’Inail della certificazione di avvenuto contagio, assieme all’altro requisito dell’occasione di lavoro, si perfeziona la fattispecie della malattia-infortunio e, quindi, la conseguente tutela da parte dell’Istituto assicurativo.
  • Ai fini della certificazione dell’avvenuto contagio si ritiene valida qualsiasi documentazione clinico-strumentale in grado di attestare, in base alle conoscenze scientifiche, il contagio stesso.
  • Lo stesso Istituto sottolinea che solo dalla conoscenza positiva, da parte del datore di lavoro, dell’avvenuto contagio decorrono i termini per la trasmissione telematica della denuncia all’Inail.
  • Per i datori di lavoro assicurati all’Inail l’obbligo della comunicazione d’infortunio ai fini statistici e informativi si considera assolto per mezzo della denuncia/comunicazione d’infortunio.
  • In ultimo, l’Inail chiarisce che la decorrenza della tutela infortunistica decorre dal primo giorno di astensione dal lavoro attestato da certificazione medica per avvenuto contagio, ovvero dal primo giorno di astensione dal lavoro coincidente con l’inizio della quarantena, sempre per contagio da nuovo coronavirus (contagio che può essere accertato anche successivamente all’inizio della quarantena).

Trattamento dei dati sanitari in azienda: come si adeguano all’emergenza COVID-19

25 Mag 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci  Consulente Aziendale – Specializzato in materia giuslavoristica

Il Garante della Privacy ha fornito importanti chiarimenti e indirizzi operativi ai quali i datori di lavoro si devono attenere nella gestione dei dati sanitari dei propri dipendenti, qualora intendano adottare all’interno della propria azienda specifici protocolli di sicurezza anti-contagio da COVID-19.

Vediamo, in breve, quali sono questi nuovi indirizzi operativi:

  1. Il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di effettuare test sierologici solo se ciò viene disposto dal medico del lavoro o da altro operatore sanitario in osservanza alle norme relative all’emergenza epidemiologica.
  2. Il datore di lavoro può rilevare la temperatura del personale dipendente o di utenti, fornitori, visitatori e clienti all’ingresso della propria sede. La rilevazione della temperatura era prevista in accordi contrattuali (i protocolli tra le parti sociali del 14 marzo e del 24 aprile 2020), ma questi accordi sono diventati cogenti erga omnes grazie alla decretazione di urgenza e al Dpcm 26 aprile 2020. Al riguardo, il Garante Privacy prescrive che il dato relativo alla temperatura deve essere conservato solo per ragioni probatorie al fine di costituire prova a disposizione del datore sulle ragioni del mancato accesso in azienda. Allo stato attuale, tuttavia, non è chiaro a chi spetti il compito di misurare la temperatura e, in particolare, se è un’attività riservata al medico competente e, quindi, vietata al datore di lavoro. Così come non è stato chiarito chi possa compiere le rilevazioni nelle aziende per le quali non è prevista la figura del medico competente. L’unica indicazione esplicita si rinviene nell’ordinanza n. 546 del 13 maggio 2020 del Presidente della Regione Lombardia, la quale all’art. 1 stabilisce che “il personale prima dell’accesso al luogo di lavoro deve essere sottoposto al controllo della temperatura corporea da parte del datore di lavoro o suo delegato”. In mancanza di una esplicitazione normativa, i datori di lavoro dovrebbero preporre personale appositamente istruito sull’uso della strumentazione assegnata e a trattare eventuali persone sintomatiche rispettandone riservatezza e dignità.
  3. Nelle Faq, invece, il Garante prende posizione in merito all’accesso dei visitatori stabilendo che, quando la temperatura corporea viene rilevata a clienti (ad esempio, nell’ambito della grande distribuzione) o visitatori occasionali, anche qualora la temperatura risulti superiore alla soglia indicata nelle disposizioni emergenziali non è, di regola, necessario registrare il dato relativo al motivo del diniego di accesso. È necessario rilevare, tuttavia, che nelle risposte fornite dal Garante si possono desumere una serie di eccezioni alla regola, è pertanto consigliabile la massima cautela da parte del datore di lavoro nel registrare la temperatura ai visitatori/clienti e, qualora lo si faccia bisogna dichiarare e far risultare le ragioni specifiche e la possibile base giuridica.
  4. Con riferimento alle Autodichiarazioni rese dai dipendenti al datore di lavoro, il Garante non fornisce disposizioni chiare, limitandosi a parafrasare alcune proposizioni del Protocollo Condiviso del 26 aprile 2020. In effetti l’amministrazione o l’impresa possono richiedere ai propri dipendenti di rendere informazioni, anche mediante un’autodichiarazione, in merito all’eventuale esposizione al contagio da COVID 19 quale condizione per l’accesso alla sede di lavoro. Ci sono, tuttavia, una serie di limiti al contenuto della dichiarazione (provenienza, contatti, ecc.) e, in ogni caso, dovranno essere raccolti solo i dati necessari, adeguati e pertinenti alla prevenzione del contagio da COVID 19. I datori di lavoro, infatti, devono astenersi dal richiedere informazioni aggiuntive in merito alla persona eventualmente risultata positiva (a titolo esemplificativo ma non esaustivo: specifica località visitata, nominativo dei contatti e altri dati attinenti alla sfera strettamente privata).
  5. Le Faq del Garante forniscono, ancora, importanti precisazioni in materia di sorveglianza sanitaria. È stabilito, infatti, che in capo al medico competente, anche durante il periodo di emergenza sanitaria da COVID 19, permane il divieto di informare il datore di lavoro circa le specifiche patologie occorse ai lavoratori. Nell’ambito della citata emergenza, il medico competente deve collaborare con il datore di lavoro e le RLS al fine di proporre tutte le misure di regolamentazione legate al COVID 19 e, nello svolgimento dei propri compiti di sorveglianza sanitaria, deve segnalare al datore di lavoro “situazioni di particolare fragilità e patologie attuali o pregresse dei dipendenti”. In particolare, qualora il medico competente reputi che la particolare condizione di fragilità connessa allo stato di salute del dipendente non sia compatibile con il ruolo e la mansione allo stesso affidati, suggerisce al datore di lavoro di impiegare il citato lavoratore in ambiti meno esposti al rischio di infezione.
  6. Il Garante Privacy, con le Faq in oggetto, ha colto l’occasione per fare chiarezza anche su un altro argomento molto dibattuto, ossia i test sierologici. Al riguardo, l’Autorità garante ha precisato che il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di sottoporsi a test sierologici ma solo se disposto dal medico competente o da altro professionista in base alle norme relative all’emergenza epidemiologica. Solo quest’ultimo, infatti, può stabilire la necessità di eseguire particolari esami clinici e biologici, così come può suggerire l’utilizzo di mezzi diagnostici in grado di contenere la diffusione del virus all’interno del luogo di lavoro, nel rispetto delle indicazioni fornite dall’autorità sanitaria, anche riguardo alla loro affidabilità e appropriatezza. Inoltre, stando a quanto stabilito dal Garante, le informazioni relative alla diagnosi o all’anamnesi familiare del lavoratore non possono essere trattate dal datore di lavoro (ad esempio, mediante la consultazione di referti o degli esiti degli esami). Si precisa, infine, che le visite e gli accertamenti, anche ai fini della valutazione della riammissione al lavoro del dipendente, devono essere posti in essere dal medico competente o da altro personale sanitario e, comunque, nel rispetto delle disposizioni generali che vietano al datore di lavoro di effettuare direttamente esami diagnostici sui dipendenti. Così come, la partecipazione da parte dei lavoratori a screening sierologici promossi dai Dipartimenti di prevenzione regionali e rivolti a particolari categorie di lavoratori maggiormente esposte al rischio contagio, può avvenire solo su base volontaria.

Emergenza COVID-19: Linee Guida Regionali in materia di screening attraverso l’utilizzo di test sierologici

25 Mag 2020 novità

La Regione Puglia, con nota pr. n. AOO_005/0001546 del 20.05.2020, ha emanato le Linee Guida per l’utilizzo dei test sierologici ai fini del monitoraggio e controllo dell’infezione da SARS-CoV-2 (meglio conosciuta come COVID-19).

In sintesi, con la suddetta circolare, la Regione ha disposto che:

  1. l’esecuzione dei test basati sull’identificazione di anticorpi specifici per la diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 (test con specificità non inferiore al 95% e sensibilità non inferiore al 90%, conformi quindi ai criteri individuati dal Ministero della Salute) sia garantita dai Laboratori di Patologia Clinica e Microbiologia accreditati con il Servizio Sanitario Regionale della Puglia;  
  2. per i soggetti asintomatici per i quali non sia stato già effettuato un test molecolare SARS-CoV-2, l’effettuazione del test sierologico da parte dei suddetti laboratori possa avvenire solo in presenza di prescrizione medica (medico di medicina generale o pediatra di libera scelta);
  3. la cita prescrizione sia prodotta su ricettario bianco e venga trasmessa ai laboratori, dal medico di medicina generale o dal pediatra di di libera scelta, a mezzo PEC (posta elettronica certificata);
  4. il soggetto risultato positivo al test sierologico standard sia posto in temporaneo isolamento domiciliare fiduciario fino all’esito del test diagnostico (test molecolare con tampone orofaringeo a cura del Dipartimento di Prevenzione).

In ragione di tutto quanto sopra esposto, in ossequio alle disposizioni impartite dalla Regione con la richiamata Circolare e conformemente alle raccomandazioni Ministeriali di cui alla Circolare n. 16106 del 09.05.2020, il Laboratorio Analisi Palasciano si rende disponibile ad eseguire i test sierologici del tipo CLIA e/o ELISA che abbiano una specificità non inferiore al 95% e una sensibilità non inferiore al 90%, al fine di ridurre il numero dei risultati dei falsi positivi e falsi negativi.

 

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