Termine della disciplina transitoria per l’accesso semplificato al lavoro agile (smart working)

17 Lug 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci – Consulente Aziendale Specializzato in materia giuslavoristica

Come noto, il D.L. n. 34/2020 (c.d. Decreto Rilancio 2020) all’art. 90 ha previsto il diritto, fino al 31 luglio 2020 (data indicata dalla Delibera del Consiglio dei Ministri 31 gennaio 2020 per la cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19), a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile (c.d. smart working) anche in assenza degli accordi individuali, a condizione che tale modalità sia compatibile con le caratteristiche della prestazione. 

In sostanza, fino alla suddetta data, il ricorso al lavoro agile si configura come un atto unilaterale e non, come ordinariamente accade, il frutto di un accordo tra le parti del rapporto di lavoro. Nello specifico, per tutto il periodo di durata dell’emergenza, i datori di lavoro del settore privato comunicano al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, in via telematica, i nominativi dei lavoratori e la data di cessazione della prestazione di lavoro in modalità agile, ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Terminato il periodo di vigenza della disciplina transitoria, ossia dal 01 agosto 2020, i datori di lavoro che vorranno attivare la modalità di lavoro agile dovranno necessariamente stipulare, in forma scritta ad probationem, un accordo volontario tra le parti secondo quanto stabilito dagli artt. 18 – 24 della Legge n. 81 del 22.05.2017.

Infortunio da Coronavirus: i costi non gravano sul singolo datore di lavoro

25 Mag 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci Consulente Aziendale – Specializzato in materia giuslavoristica

L’Inail, con nota n. 13 del 3 aprile 2020, ha reso noto che i costi derivanti da infezione del lavoratore da Coronavirus non gravano sul singolo datore di lavoro, bensì, sulla gestione assicurativa dell’Istituto e non sono computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico. Pertanto, in analogia con quanto già previsto per gli infortuni in itinere, gli effetti degli infortuni da COVID-19 non entrano a far parte del bilancio infortunistico dell’azienda in termini di oscillazione in malus del tasso applicato, ma sono attribuiti, sulla base del principio di mutalità, alla generalità dei datori di lavoro.

Al riguardo, occorre segnalare che l’art. 42 del decreto c.d. “Cura Italia” (DL 18/2020), convertito in legge n. 27/2020, ha stabilito che nei casi di accertata infezione da Coronavirus per motivi di lavoro, il medico deve redigere il certificato medico per infortunio. Il medesimo articolo, nel terzo periodo, dispone che tali eventi non devono essere computati nel bilancio infortunistico del singolo datore di lavoro.   

L’Inail, con la circolare soprarichiamata, oltre a dettare istruzioni per la gestione degli infortuni, ha fornito utili chiarimenti in relazione al comma 2 dell’art. 42 del DL Cura Italia.

In particolare, l’Istituto assicurativo ha precisato che:

  • Per essere riconosciuto come infortunio è indispensabile che il COVID-19 sia clinicamente accertato tramite tampone o esame diagnostico. Nei casi di dubbia competenza, ai sensi della circolare Inail n. 47/Inps n. 69 del 02 aprile 2015, relativi ai lavoratori per i quali vige la convenzione tra Inail e Inps per l’erogazione della indennità per inabilità temporanea assoluta da infortunio sul lavoro, da malattia professionale e da malattia comune e per i quali è escluso il contagio da nuovo coronavirus in occasione di lavoro, la tutela Inail non è dovuta ed è necessario procedere alla segnalazione del caso all’Inps, con l’allegazione di tutta la documentazione sanitaria agli atti della pratica al fine di evitare la sovrapposizione di tutela assicurativa.
  • Il medico certificatore deve predisporre e trasmettere telematicamente la prescritta certificazione medica all’Inail, che prende in carico e assicura la relativa tutela all’infortunato.
  • Il certificato medico deve essere redatto secondo i criteri di cui all’articolo 53 del decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124 e successive modifiche, e quindi riportare i dati anagrafici completi del lavoratore, quelli del datore di lavoro, data dell’evento/contagio, la data di astensione dal lavoro per inabilità temporanea assoluta conseguente al contagio da virus ovvero la data di astensione dal lavoro per quarantena o permanenza domiciliare fiduciaria del lavoratore sempre legata all’accertamento dell’avvenuto contagio e, in particolare per le fattispecie per le quali non opera la presunzione semplice dell’avvenuto contagio in relazione al rischio professionale specifico, le cause e circostanze, la natura della lesione e il rapporto con le cause denunciate.
  • Solo con l’acquisizione da parte dell’Inail della certificazione di avvenuto contagio, assieme all’altro requisito dell’occasione di lavoro, si perfeziona la fattispecie della malattia-infortunio e, quindi, la conseguente tutela da parte dell’Istituto assicurativo.
  • Ai fini della certificazione dell’avvenuto contagio si ritiene valida qualsiasi documentazione clinico-strumentale in grado di attestare, in base alle conoscenze scientifiche, il contagio stesso.
  • Lo stesso Istituto sottolinea che solo dalla conoscenza positiva, da parte del datore di lavoro, dell’avvenuto contagio decorrono i termini per la trasmissione telematica della denuncia all’Inail.
  • Per i datori di lavoro assicurati all’Inail l’obbligo della comunicazione d’infortunio ai fini statistici e informativi si considera assolto per mezzo della denuncia/comunicazione d’infortunio.
  • In ultimo, l’Inail chiarisce che la decorrenza della tutela infortunistica decorre dal primo giorno di astensione dal lavoro attestato da certificazione medica per avvenuto contagio, ovvero dal primo giorno di astensione dal lavoro coincidente con l’inizio della quarantena, sempre per contagio da nuovo coronavirus (contagio che può essere accertato anche successivamente all’inizio della quarantena).

Trattamento dei dati sanitari in azienda: come si adeguano all’emergenza COVID-19

25 Mag 2020 novità

A cura del Dott. Angelo Maci  Consulente Aziendale – Specializzato in materia giuslavoristica

Il Garante della Privacy ha fornito importanti chiarimenti e indirizzi operativi ai quali i datori di lavoro si devono attenere nella gestione dei dati sanitari dei propri dipendenti, qualora intendano adottare all’interno della propria azienda specifici protocolli di sicurezza anti-contagio da COVID-19.

Vediamo, in breve, quali sono questi nuovi indirizzi operativi:

  1. Il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di effettuare test sierologici solo se ciò viene disposto dal medico del lavoro o da altro operatore sanitario in osservanza alle norme relative all’emergenza epidemiologica.
  2. Il datore di lavoro può rilevare la temperatura del personale dipendente o di utenti, fornitori, visitatori e clienti all’ingresso della propria sede. La rilevazione della temperatura era prevista in accordi contrattuali (i protocolli tra le parti sociali del 14 marzo e del 24 aprile 2020), ma questi accordi sono diventati cogenti erga omnes grazie alla decretazione di urgenza e al Dpcm 26 aprile 2020. Al riguardo, il Garante Privacy prescrive che il dato relativo alla temperatura deve essere conservato solo per ragioni probatorie al fine di costituire prova a disposizione del datore sulle ragioni del mancato accesso in azienda. Allo stato attuale, tuttavia, non è chiaro a chi spetti il compito di misurare la temperatura e, in particolare, se è un’attività riservata al medico competente e, quindi, vietata al datore di lavoro. Così come non è stato chiarito chi possa compiere le rilevazioni nelle aziende per le quali non è prevista la figura del medico competente. L’unica indicazione esplicita si rinviene nell’ordinanza n. 546 del 13 maggio 2020 del Presidente della Regione Lombardia, la quale all’art. 1 stabilisce che “il personale prima dell’accesso al luogo di lavoro deve essere sottoposto al controllo della temperatura corporea da parte del datore di lavoro o suo delegato”. In mancanza di una esplicitazione normativa, i datori di lavoro dovrebbero preporre personale appositamente istruito sull’uso della strumentazione assegnata e a trattare eventuali persone sintomatiche rispettandone riservatezza e dignità.
  3. Nelle Faq, invece, il Garante prende posizione in merito all’accesso dei visitatori stabilendo che, quando la temperatura corporea viene rilevata a clienti (ad esempio, nell’ambito della grande distribuzione) o visitatori occasionali, anche qualora la temperatura risulti superiore alla soglia indicata nelle disposizioni emergenziali non è, di regola, necessario registrare il dato relativo al motivo del diniego di accesso. È necessario rilevare, tuttavia, che nelle risposte fornite dal Garante si possono desumere una serie di eccezioni alla regola, è pertanto consigliabile la massima cautela da parte del datore di lavoro nel registrare la temperatura ai visitatori/clienti e, qualora lo si faccia bisogna dichiarare e far risultare le ragioni specifiche e la possibile base giuridica.
  4. Con riferimento alle Autodichiarazioni rese dai dipendenti al datore di lavoro, il Garante non fornisce disposizioni chiare, limitandosi a parafrasare alcune proposizioni del Protocollo Condiviso del 26 aprile 2020. In effetti l’amministrazione o l’impresa possono richiedere ai propri dipendenti di rendere informazioni, anche mediante un’autodichiarazione, in merito all’eventuale esposizione al contagio da COVID 19 quale condizione per l’accesso alla sede di lavoro. Ci sono, tuttavia, una serie di limiti al contenuto della dichiarazione (provenienza, contatti, ecc.) e, in ogni caso, dovranno essere raccolti solo i dati necessari, adeguati e pertinenti alla prevenzione del contagio da COVID 19. I datori di lavoro, infatti, devono astenersi dal richiedere informazioni aggiuntive in merito alla persona eventualmente risultata positiva (a titolo esemplificativo ma non esaustivo: specifica località visitata, nominativo dei contatti e altri dati attinenti alla sfera strettamente privata).
  5. Le Faq del Garante forniscono, ancora, importanti precisazioni in materia di sorveglianza sanitaria. È stabilito, infatti, che in capo al medico competente, anche durante il periodo di emergenza sanitaria da COVID 19, permane il divieto di informare il datore di lavoro circa le specifiche patologie occorse ai lavoratori. Nell’ambito della citata emergenza, il medico competente deve collaborare con il datore di lavoro e le RLS al fine di proporre tutte le misure di regolamentazione legate al COVID 19 e, nello svolgimento dei propri compiti di sorveglianza sanitaria, deve segnalare al datore di lavoro “situazioni di particolare fragilità e patologie attuali o pregresse dei dipendenti”. In particolare, qualora il medico competente reputi che la particolare condizione di fragilità connessa allo stato di salute del dipendente non sia compatibile con il ruolo e la mansione allo stesso affidati, suggerisce al datore di lavoro di impiegare il citato lavoratore in ambiti meno esposti al rischio di infezione.
  6. Il Garante Privacy, con le Faq in oggetto, ha colto l’occasione per fare chiarezza anche su un altro argomento molto dibattuto, ossia i test sierologici. Al riguardo, l’Autorità garante ha precisato che il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di sottoporsi a test sierologici ma solo se disposto dal medico competente o da altro professionista in base alle norme relative all’emergenza epidemiologica. Solo quest’ultimo, infatti, può stabilire la necessità di eseguire particolari esami clinici e biologici, così come può suggerire l’utilizzo di mezzi diagnostici in grado di contenere la diffusione del virus all’interno del luogo di lavoro, nel rispetto delle indicazioni fornite dall’autorità sanitaria, anche riguardo alla loro affidabilità e appropriatezza. Inoltre, stando a quanto stabilito dal Garante, le informazioni relative alla diagnosi o all’anamnesi familiare del lavoratore non possono essere trattate dal datore di lavoro (ad esempio, mediante la consultazione di referti o degli esiti degli esami). Si precisa, infine, che le visite e gli accertamenti, anche ai fini della valutazione della riammissione al lavoro del dipendente, devono essere posti in essere dal medico competente o da altro personale sanitario e, comunque, nel rispetto delle disposizioni generali che vietano al datore di lavoro di effettuare direttamente esami diagnostici sui dipendenti. Così come, la partecipazione da parte dei lavoratori a screening sierologici promossi dai Dipartimenti di prevenzione regionali e rivolti a particolari categorie di lavoratori maggiormente esposte al rischio contagio, può avvenire solo su base volontaria.

Emergenza COVID-19: Linee Guida Regionali in materia di screening attraverso l’utilizzo di test sierologici

25 Mag 2020 novità

La Regione Puglia, con nota pr. n. AOO_005/0001546 del 20.05.2020, ha emanato le Linee Guida per l’utilizzo dei test sierologici ai fini del monitoraggio e controllo dell’infezione da SARS-CoV-2 (meglio conosciuta come COVID-19).

In sintesi, con la suddetta circolare, la Regione ha disposto che:

  1. l’esecuzione dei test basati sull’identificazione di anticorpi specifici per la diagnosi di infezione da SARS-CoV-2 (test con specificità non inferiore al 95% e sensibilità non inferiore al 90%, conformi quindi ai criteri individuati dal Ministero della Salute) sia garantita dai Laboratori di Patologia Clinica e Microbiologia accreditati con il Servizio Sanitario Regionale della Puglia;  
  2. per i soggetti asintomatici per i quali non sia stato già effettuato un test molecolare SARS-CoV-2, l’effettuazione del test sierologico da parte dei suddetti laboratori possa avvenire solo in presenza di prescrizione medica (medico di medicina generale o pediatra di libera scelta);
  3. la cita prescrizione sia prodotta su ricettario bianco e venga trasmessa ai laboratori, dal medico di medicina generale o dal pediatra di di libera scelta, a mezzo PEC (posta elettronica certificata);
  4. il soggetto risultato positivo al test sierologico standard sia posto in temporaneo isolamento domiciliare fiduciario fino all’esito del test diagnostico (test molecolare con tampone orofaringeo a cura del Dipartimento di Prevenzione).

In ragione di tutto quanto sopra esposto, in ossequio alle disposizioni impartite dalla Regione con la richiamata Circolare e conformemente alle raccomandazioni Ministeriali di cui alla Circolare n. 16106 del 09.05.2020, il Laboratorio Analisi Palasciano si rende disponibile ad eseguire i test sierologici del tipo CLIA e/o ELISA che abbiano una specificità non inferiore al 95% e una sensibilità non inferiore al 90%, al fine di ridurre il numero dei risultati dei falsi positivi e falsi negativi.

 

Medici e professionisti sanitari: modalità di applicazione del GDPR

28 Mar 2019 novità

Con il provvedimento n. 55 del 2019, il Garante per la protezione dei dati personali fornisce chiarimenti sull’applicazione della disciplina di protezione dei dati in ambito sanitario. I medici e i professionisti sanitari possono trattare i dati dei pazienti, per finalità di cura, senza dover richiedere il loro consenso, a patto che forniscano loro informazioni complete sull’uso dei dati. Nel provvedimento vengono poi specificati i termini relativi all’obbligo di nominare il Responsabile della Protezione dei Dati, le modalità di conservazione della documentazione contenente i dati sensibili, il contenuto minimo dell’informativa da fornire al soggetto interessato.

Il Garante per la Protezione dei dati personali, con la newsletter n. 451 del 25 marzo 2019, ha reso noto di aver adottato un provvedimento generale di interpretazione della nuova disciplina introdotta dal regolamento UE con riferimento all’ambito sanitario. Si prevede che i medici e i professionisti sanitari possano trattare i dati dei pazienti, per finalità di cura, senza dover richiedere il loro consenso, a patto che forniscano loro informazioni complete sull’uso dei dati. Inoltre, il medico che opera come libero professionista non è obbligato a provvedere alla nomina del Responsabile della protezione dati, mentre tutti gli operatori del settore dovranno tenere un registro dei trattamenti dei dati.

E’ invece richiesto il consenso, o una differente base giuridica, quando tali trattamenti non sono strettamente necessari per le finalità di cura, anche quando sono effettuati da professionisti della sanità, ma per finalità promozionali, commerciali o elettorali.

In ogni caso, sulla base dell’attuale normativa che regola il settore, permane la necessità di acquisire il consenso anche per il trattamento dei dati relativo al fascicolo sanitario elettronico, o per la consultazione dei referti online.

Informativa agli interessati

L’informativa agli interessati deve essere concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, scritta con linguaggio semplice e chiaro. Il contenuto deve essere esaustivo e comprendere maggiori informazioni a tutela dell’interessato quali, ad esempio, quelle relative ai tempi di conservazione dei dati.

Restano in vigore gli obblighi relativa alla conservazione della documentazione inerente:

– gli accertamenti effettuati nel corso delle visite per il rilascio del certificato di idoneità all’attività sportiva agonistica, che deve essere conservata, a cura del medico visitatore, per almeno cinque anni;

– alla conservazione delle cartelle cliniche che, unitamente ai relativi referti, per un tempo illimitato;

– alla documentazione iconografica radiologica, che deve essere conservata per un periodo non inferiore a dieci anni.

Nomina RPD

Sono tenuti alla nomina del Responsabile per la protezione dei dati tutti gli organismi pubblici e gli operatori privati che effettuano trattamenti di dati sanitari su larga scala. Non sono invece tenuti alla sua nomina i liberi professionisti o altri soggetti, come le farmacie, che non effettuano trattamenti su larga scala.

L’Autorità infine chiarisce che, in applicazione del principio di responsabilizzazione previsto da GDPR, è obbligatorio per tutti gli operatori sanitari tenere un registro nel quale sono elencate le attività di trattamento effettuate sui dati dei pazienti

La più grande truffa della Silicon Valley

25 Mar 2019 novità

La storia oggi conosciuta come la più grande truffa della Silicon Valley iniziò nel 2003, quando Elizabeth Holmes, una studentessa di 19 anni, abbandonò gli studi alla Stanford University, in California, per fondare a Palo Alto una società di tecnologia che prometteva di rivoluzionare il settore sanitario statunitense e salvare centinaia di migliaia di vite. L’azienda si chiamava Theranos, dalla fusione dei due termini inglesi therapy e diagnosis, terapia e diagnosi. Negli anni successivi Theranos riuscì a raccogliere più di 700 milioni di dollari da investitori privati e al suo apice, tra il 2013 e il 2014, raggiunse un valore di mercato di 9 miliardi di dollari.

La tecnologia di Theranos era stata spacciata da Holmes come rivoluzionaria: l’azienda aveva costruito una macchina delle dimensioni di un vecchio computer fisso che permetteva di fare le analisi del sangue prelevando dai pazienti un campione di sangue da un polpastrello. Quello che prometteva di fare era effettivamente rivoluzionario: il fatto che avesse bisogno di così poco sangue e che fosse così piccola permetteva di immaginare un futuro in cui fare le analisi del sangue con grande facilità e quindi anche con grande frequenza, permettendo di monitorare con efficacia e grossi risparmi i valori nel sangue delle persone malate ma anche di quelle sane.

La macchina era stata rinominata Edison, come l’inventore della lampadina: secondo l’azienda era in grado di dare risultati attendibili in poco tempo e a una frazione del costo delle analisi fatte nei laboratori normali (ogni anno le analisi del sangue fatte negli Stati Uniti, dove la sanità costa molto, generano un mercato da 70 miliardi di dollari). La tecnologia di Theranos, diceva Holmes, poteva effettuare fino a duecento esami diversi con una goccia di sangue, inclusi quelli per la sieropositività all’HIV, per il gruppo sanguigno e per cercare virus di qualsiasi tipo. Il suo sogno era vedere Edison nella casa di ogni cittadino statunitense.

Grazie a questa idea rivoluzionaria, Holmes aveva convinto diversi fondi e persone molto ricche – tra cui Rupert Murdoch – a investire nella sua azienda, raccogliendo in dieci anni 700 milioni di dollari. Holmes era anche riuscita a convincere diversi politici e personaggi di alto profilo degli Stati Uniti a entrare nel consiglio di amministrazione di Theranos, per dare prestigio alla sua azienda: i due ex segretari di stato Henry Kissinger e George Shultz, l’ex segretario alla difesa William Perry, l’avvocato vicino ai Democratici David Boies, gli ex senatori Sam Nunn e Bill Frist. Mancavano però medici, ingegneri o scienziati.

Nel 2013 Theranos strinse un accordo con Walgreens, la più grande catena di farmacie degli Stati Uniti, per installare Edison nei loro negozi, partendo da quelli in Arizona. Holmes e la sua azienda vennero raccontate come un vero fenomeno imprenditoriale: Forbes valutò la sua azienda 9 miliardi di dollari e Holmes, che possiede metà delle quote azionarie di Theranos, diventò così la dodicesima donna più ricca degli Stati Uniti, con un capitale stimato di circa 4,5 miliardi di dollari.

Holmes diventò anche la prima miliardaria donna della Silicon Valley, e in molti la definirono la nuova Steve Jobs: forse anche per il fatto che indossava sempre un dolcevita nero, come quello che era solito indossare il fondatore di Apple. Nel settembre del 2015 arrivò sulla copertina di Forbes nel numero dedicato alle 400 persone più ricche degli Stati Uniti – era l’unica miliardaria donna a non aver ereditato il proprio patrimonio – e nel novembre del 2015 venne insignita del “Women of the Year Award” della rivista Glamour, che ogni anno premia le donne che si sono distinte nel mondo dello spettacolo, della moda, della politica e del business.

Le cose iniziarono a cambiare nell’ottobre del 2015, quando un giornalista investigativo del Wall Street Journal, John Carreyrou, scrisse il suo primo articolo su Theranos, in cui rivelò tutte le bugie che Holmes e l’ex direttore generale e operativo, Ramesh “Sunny” Balwani, avevano raccontato fino a quel momento: prima fra tutte l’assoluta inefficacia della macchina Edison e l’inattendibilità delle analisi e delle dimostrazioni fatte fino a quel momento. La tecnologia inventata da Theranos, infatti, veniva utilizzata dal gruppo soltanto per una minuscola frazione degli esami che effettuava: dei 215 esami nel catalogo Theranos, solo 15 erano eseguiti con la macchina Edison; per i rimanenti 200 venivano usate delle macchine tradizionali Siemens. Inoltre, i campioni prelevati per essere analizzati da Edison non erano sufficienti per essere sottoposti alle analisi delle macchine tradizionali e quindi le fiale di sangue venivano diluite, compromettendo il risultato finale.

Dopo l’articolo sul Wall Street Journal, iniziarono ad arrivare le cause legali. I Centers for Medicare e Medicaid Services (CMS) ispezionarono i laboratori di Theranos trovando che le strutture non «rispettavano i requisiti dei certificati e gli standard di prestazione», causando un «immediato pericolo per la salute e la sicurezza dei pazienti». Le aziende che avevano iniziato a collaborare con Theranos sospesero la vendita delle analisi del sangue fatte nei laboratori di Theranos, e Walgreens sospese l’accordo stretto nel 2013.

Theranos venne messa sotto indagine anche dalla Securities and Exchange Commission (SEC), l’ente federale statunitense analogo all’italiana Consob. Holmes e Balwani, che si era ritirato nel 2016 dopo sette anni alla guida dell’azienda e che era sentimentalmente legato a Holmes, vennero accusati di aver mentito sistematicamente ai propri investitori per ricevere sempre più fondi. Tra le varie bugie, Holmes e Balwani avrebbero anche detto che la loro tecnologia era usata dal dipartimento della Difesa in Afghanistan e dai servizi di elisoccorso. Inoltre avevano falsato i bilanci, dicendo che nel 2014 la società aveva generato oltre 100 milioni di dollari di entrate, quando in realtà le entrate erano state poco più di 100 mila dollari.

Quello che ora nessuno riesce a spiegarsi è come sia riuscita Holmes a portare avanti una società per anni, ingannando alcuni degli uomini più potenti degli Stati Uniti con una tecnologia mai effettivamente verificata e che più di un medico aveva definito impossibile. Anche per questo, negli ultimi due anni sono usciti migliaia di articoli sul caso. Carreyrou, il giornalista del Wall Street Journal che per primo aveva sollevato il caso, ha scritto nel 2018 un libro sulla truffa di Theranos, Bad Blood, che tra gli altri è stato consigliato anche da Bill Gates, da cui a breve verrà tratto un film con Jennifer Lawrence come protagonista. HBO ha prodotto un documentario sulla vicenda, uscito il 18 marzo, ed ABC ha dedicato a Theranos una serie di podcast, ma secondo la giornalista del New Yorker, Rachel Syme, nessuno è ancora riuscito veramente a capire il comportamento di Holmes, che dopo quattro anni ancora si professa innocente.

Ancora nel 2017, quando ormai era stato dimostrato che Edison non funzionava, Holmes continuava a mantenere il suo stile di vita e il suo spirito ottimista convinta che l’azienda ce l’avrebbe fatta, ha raccontato Nick Bilton in un articolo su Hive. Gli ex dipendenti di Theranos descrivono quel periodo come surreale, come se Holmes fosse davvero convinta che la società ce l’avrebbe fatta, e considerava lo scandalo un complotto ordito dai giornalisti e dalle aziende farmaceutiche. In molti l’hanno definita la perfetta incarnazione del detto della Silicon Valley «fake it, until you make it»: fingi finché non ce la fai.

Nel 2017 aveva comprato anche un cane, un cucciolo di husky, che secondo lei doveva rappresentare il viaggio che l’azienda avrebbe dovuto compiere per ristabilire il proprio nome dopo lo scandalo sollevato dal Wall Street Journal. L’aveva chiamato Balto, come il famoso cane da slitta che nel 1925 guidò una squadra di husky per 600 miglia attraverso l’Alaska per consegnare un medicinale che serviva a curare una grave epidemia di difterite. Negli ultimi giorni dell’azienda, quando il quartier generale era stato spostato dall’immenso palazzo lungo Page Mill Road a Palo Alto – chiamato dai suoi dipendenti semplicemente il “1701”, come il numero civico – a un vecchio magazzino di pannelli solari, Balto girava per gli uffici lasciando in giro i suoi bisogni, nella totale indifferenza di Holmes che continuava a cercare nuovi investitori disposti a scommettere su Theranos.

Un’altra delle cose che raccontano i documentari su Theranos è il clima di assoluta segretezza e paranoia che Holmes aveva portato nell’azienda. I quasi 700 dipendenti erano stati costretti a firmare clausole di segretezza molto severe che vietavano di parlare di qualsiasi cosa succedesse all’interno dell’azienda, giustificandolo con ragioni di brevetto, e nessun dipartimento sapeva con esattezza cosa facesse l’altro. In questo modo, pochi sapevano che la tecnologia di Theranos non funzionava. Ana Arriola, un’ex dipendente di Theranos che nel 2007 era stata “soffiata” ad Apple assieme ad altri dirigenti, ha paragonato l’ambiente di lavoro nell’azienda di Holmes a una dittatura sudamericana, che veniva tenuta insieme solo dal fascino e dalle capacita manipolatorie della sua fondatrice.

In seguito alle indagini della SEC, Holmes è stata condannata a pagare una multa da mezzo milione di dollari e le è stato vietato di assumere qualsiasi incarico dirigenziale all’interno di aziende quotate in borsa per i prossimi dieci anni e di gestire dei laboratori medici per due. Holmes e Balwani sono ancora sotto processo e a loro carico pende anche un’inchiesta penale condotta dalla procura federale di San Francisco: rischiano fino a 20 anni di carcere per frode finanziaria. Theranos ha cessato le attività nell’agosto del 2018. La fortuna personale di Holmes ora è stimata a zero.

Autore dell’articolo: ilPost.it

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